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| I rinvenimenti archeologici | |
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Rinvenimenti archeologici nel territorio La storia delle scoperte archeologiche nel territorio di San Pietro in Casale comincia nel XVI secolo con due rinvenimenti assai importanti per la monumentalità dei manufatti e per l'interesse che suscitarono. Nel 1502 a S. Alberto, frazione di S. Pietro, venne trovata la stele funeraria di Manilius Cordus, del I secolo d.C.: la notizia è data dal Ghirardacci nella sua Historia di Bologna. Qualche anno dopo, a Gavaseto, venne in luce la stele dei Corneli, della fine del II secolo a.C. o degli inizi del I secolo d.C.; ne parla l'Alidosi nella sua raccolta epigrafica del 1621, ricordando che il pezzo era stato trovato in un sito detto "il campo della preda". Altre informazioni tuttavia vengono fornite da un documento dell'archivio della Fabbriceria di S. Petronio, documento particolarmente prezioso perchè registra l'anno preciso del rinvenimento, il 1533, e riferisce che, oltre alla stele, vi erano altre prede, cioè numerosi frammenti lapidei e forse anche fittili. Di qui prende avvio la storia degli studi sul territorio di San Pietro in Casale. Quanto ai due reperti, vennero murati all'esterno di S. Petronio a Bologna, ai lati dell'ingresso sulla odierna piazza Galvani, ornando così la basilica e trovando anche una prima sistemazione museale. Le notizie di scoperte archeologiche avvenute durante il XVII secolo riguardano per lo più stele funerarie ed iscrizioni onorarie, pur non mancando qualche notizia sporadica del rinvenimento di materiali fittili come doli o mattoni bollati. In un libretto del 1692 Girolamo Boselli racconta della scoperta avvenuta, si può dire, sotto i suoi occhi nella chiesa di Massumatico, di una lastra marmorea iscritta dedicata a Marco Aurelio, che era stata reimpiegata come copertura di una tomba. Nel corso del XVIII secolo si segnala, nel territorio di San Pietro in Casale un solo rinvenimento subito ritenuto di grande importanza. è quello del puteale dedicato da Licius Apusulenus Eros ad Apollo e al genio di Augusto, trovato a Maccaretolo nel 1754 o 1756 in un podere dei Padri Domenicani, oggi conservato presso il Museo Civico di Bologna e datato alla fine del I secolo a.C. La prima pubblicazione su questo argomento è la monografia del Paciaudi il quale però non fornisce particolari sulle circostanze e sul luogo preciso del rinvenimento. Nel 1839 a Maccaretolo avviene una scoperta che al momento grande risonanza e che più di un secolo dopo sarà determinante per la rivalutazione archeologica della zona. Si tratta di un monumento funerario a cuspide piramidale di cui vengono trovate alcune parti lapidee (il capitello acroteriale, due mensole e una statua di personaggio togato) e il basamento in laterizio e pietra. E' abbastanza vasta la documentazione sullo scavo pervenutaci: un libretto di Carlo Pancaldi e poi le relazioni ed i disegni acquerellati della Commissione Ausiliaria di Antichità e delle Belle Arti. Il Bormann inoltre nel C.I.L., presentando la documentazione epigrafica di questo territorio, ne sottolinea la peculiarità ed ipotizza la presenza qui di un centro in prossimità della strada per Este ed Aquileia. E' rimasta inedita invece la scoperta di alcuni elementi lapidei e dell'iscrizione di un monumento a cuspide avvenuta a Rubizzano tra il 1860 e '70; solamente l'iscrizione venne pubblicata nel C.I.L. I pezzi, di età giulio-claudia, sono stati conservati sempre in residenze private; dapprima a Rubizzano a villa Donzelli ed ora a Castel San Pietro, sempre in provincia di Bologna. |
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Le scoperte recenti Durante alcuni lavori di scavo, all'interno del Centro sportivo, nel marzo 1988 sono stati rinvenuti i resti di un impianto rustico - produttivo di età romana i ruderi, murature e piani d'uso e i numerosi oggetti e vasi pressochè integri, per il loro stato di conservazione fanno ritenere che la fine dell'insediamento sia stata cagionata da un evento imprevisto: verosimilmente da una grande inondazione causata dallo straripamento del Reno. Dagli approfondimenti e dagli studi condotti dalla Soprintendenza pare emergere che in detta struttura si effettuavano processi lavorativi (spremitura di prodotti agricoli) finalizzati a circuiti commerciali abbastanza allargati. Nello stesso anno, nel mese di luglio, durante una profonda aratura meccanica in località Maccaretolo, veniva alla luce un sarcofago monumentale d'epoca romana del II - III secolo d.C. La cassa di forma parallelepipeda, ha i lati di 107x210 cm, è alta 67 e a parte poche scheggiature mostra un eccellente stato di conservazione. Il sarcofago, di calcare biancastro a grana grossolana noto come "tufo di Quinzano", proviene sicuramente da cave di Verona. La lavorazione della pietra appare abbastanza accurata, strette fasce lavorate a scalpello compaiono a marginare le modanature e gli elementi ornamentali. Il testo dell'epigrafe è il seguente "T. Attius Maximus / sibii et / Rubriae Semme coniugi / vivi fecerunt", i destinatari del sarcofago erano dunque due coniugi che provvedettero ancora in vita a dotarsi di un sepolcro bisomo. All'interno sono stati rinvenuti i resti dei due defunti seppelliti con rito misto. I resti scheletrici di un uomo adulto inumato in posizione supina e ceneri e carboni frammisti ai quali sono state rinvenute ossa combuste di donna cremata.
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