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Non v'è dubbio che i territori su cui
sorgono San Pietro in Casale capoluogo e le sue frazioni fossero abitati fin dall'antichità, pur
essendo "stagni insalubri, quasi tutto bosco e palude", come dicono gli storici bolognesi
dell'Ottocento.
Lo testimoniano lapidi sepolcrali, vasi antichi,
sarcofaghi e cippi (alcuni dei quali sono ora depositati presso il Museo Civico di Bologna) rinvenuti in
queste terre, le cui iscrizioni rimandano all'età
romana repubblicana.
Condividendo le sorti delle colonie romane della pianura padana, anche i territori dell'attuale
San Pietro in Casale furono travolti dai barbari, che vi si insediarono.
Fra i secoli VII e IX si parla, in antichi documenti nonantolani, della selva di
pianura detta Salto Piano sulla quale Teodalto, signore di Modena e Reggio,
comandava.
Il nome San Pietro in Casale, per quanto ci
è dato di sapere, appare per la prima volta il 20 novembre 1223,
nell'ordinanza con la quale il comune di Bologna impone alle comunità del contado un capoquartiere della
città a scopo militare. A questo punto le vicende sanpierine sono in larga misura dipendenti da quelle di
Bologna e, molto spesso, dai suoi nemici che con frequenti rapine e saccheggi ne segnano
la storia.
Pietro in Casale viene citato come "villa" nel 1443 nella cronaca della battaglia
fra Annibale Bentivoglio e Luigi dal Verme dei Visconti, forse in
riferimento ad un antico edificio fatto risalire agli Antonini e sulle cui rovine
Giovanni II Bentivoglio, nel 1490, fece costruire una sua villa che ancora oggi
sopravvive, pur molto rimaneggiata, nella frazione di Maccaretolo, in località Tombe.
Certamente fino al 1700 quello di San Pietro non fu che un piccolo borgo di poche case
raccolte attorno ad una chiesa, anche se un decreto del Senato bolognese risalente al 1544
attesta l'origine, da quella data, di un mercato settimanale che diventerà, secoli dopo,
fiorente e conosciuto nella vasta zona del circondario.
Le scarne cronache del piccolo borgo ricordano due grandi incendi
devastanti, nel 1637 per mano delle truppe antipapali, nel 1809 per opera dei briganti:
non fu risparmiato neppure l'archivio comunale.
Forse la prima
vera e propria "rivoluzione" che ne modificò sensibilmente l'assetto politico e
sociale va fatta risalire al 20 giugno 1796 quando, cessato il dominio pontificio, i
proclami del generale Bonaparte abolirono ogni autorità che non fosse il Senato di
Bologna e diedero al borgo e alle varie parrocchie circostanti la configurazione di
comune vero e proprio.
La Restaurazione successiva alla caduta di Napoleone riportò a San Pietro in Casale il
governo pontificio che vi insediò uno dei 27 governatori che amministravano la provincia
di Bologna, a fianco di un consiglio e di una magistratura presieduta da un gonfaloniere. San
Pietro, che contava 2984 abitanti comprese le frazioni di Rubizzano, Maccaretolo e Gavaseto, si vide ben presto annessi altri territori: Asia, Cenacchio, Massumatico,
Poggetto, Sant'Alberto, San Benedetto e Gherghenzano che, ad eccezione di quest'ultimo, formano ancora oggi il suo territorio.

Dal Congresso di Vienna alla Resistenza
È dal 1871 che, in un certo
senso, inizia la storia vera e propria di San Pietro in Casale, con la
formazione di un'identità che cresce con l'affermarsi di una piccola
borghesia locale la quale si affianca ai grandi proprietari terrieri.
Crescono i commerci e nascono nuovi servizi: l'illuminazione a petrolio, le
fognature, la tranvia a cavallo, a cui si aggiungeranno, tra fine Ottocento
e inizio Novecento, la
costruzione del macello, di una pesa pubblica, della sede comunale (villa Bonora),
di nuove strade. Vennero istituite quindici nuove scuole, un asilo
infantile, nove cimiteri, il corpo dei pompieri, l'ufficio postale e
telegrafico, tre condotte mediche, un servizio di assistenza e beneficenza,
come annota diligentemente Federico Cecconi,
segretario comunale, nella sua opera Libro di notizie storiche antiche e moderne al
tutto l'anno 1900, della terra di San Pietro in Casale e di tutte le frazioni componenti
ora quel Comune.
Molto più difficile da documentare è la storia delle classi più
povere: la grande maggioranza degli abitanti.
Miseria, fatiche, umiliazioni, malattie e privazioni ne contrassegnarono, come in ogni
altro luogo, l'esistenza; e sono documentabili con maggiori testimonianze storiche a
partire dal secolo scorso.
È all'agricoltura e alle sue trasformazioni che va ricondotta la storia di San Pietro in
Casale, a partire da quella lentissima ma fondamentale che ebbe
inizio negli ultimi anni del Settecento con l'introduzione massiccia della risicoltura, al
pari passo con la graduale risoluzione di quello che è stato definito il "problema
capitale", quello cioè la gestione delle acque, la cui soluzione costituiva una
"premessa necessaria per lo sviluppo dell'agricoltura" (Dal Pane L.,
Economia e
società a Bologna nell'età del Risorgimento, Bologna, 1969, p. 71).
Si modificava lentamente un panorama che era sostanzialmente rimasto stabile per due
secoli, in cui gli acquitrini paludosi ricoprivano buona parte del territorio a est del
capoluogo e dove pure rimaneva un problema il deflusso delle acque nella restante parte
del territorio comunale.
La risicoltura si sommò alle tradizionali colture asciutte del grano, del mais e della
canapa, che anzi costituivano l'asse portante del sistema produttivo poggiante sulla
mezzadria. Come ha sostenuto Renato Zangheri: "L'alternarsi delle risaie (...) muta
le basi del sistema agrario e dell'antico assetto sociale delle campagne. Si disgrega
l'economia, il vincolo familiare si allenta, masse di lavoratori vagano dall'una all'altra
azienda, da un comune all'altro, alla ricerca dell'occupazione quotidiana.
Passioni prima sconosciute agitano le campagne" (Zangheri R., Un dibattito sulle
campagne bolognesi, p. 165).
L'incremento demografico, l'aumento delle schiere dei
braccianti, portano nuovi insediamenti abitativi (alcuni tipici come il
"Baraquaj" ancor oggi ben visibile) e una maggiore concentrazione
attorno ai nuclei urbani. Cresce la massa dei lavoratori salariati, nascono
le prime rivendicazioni economiche (già nella prima metà dell'Ottocento,
come ci dicono alcuni documenti dell'archivio storico comunale), le prime
forme di sciopero, le dimostrazioni per chiedere lavoro, come risposta ad
una condizione sociale poverissima ed emarginata, cui a volte si
rispondeva con il furto e la devastazione.
Questa è storia molto vicina a noi.
Significativo il contributo dato
da San
Pietro in Casale alla lotta di liberazione dai nazifascisti. Nella
primavera del 1944 sorse la seconda brigata "Paolo", comprendente più di un
centinaio di sanpierini, oltre forti gruppi di alcuni comuni confinanti. Le azioni di
sabotaggio, di difesa delle lotte dei lavoratori e il recupero di armi, iniziate l'anno
prima, si intensificarono coinvolgendo molte parti della popolazione.
Il 17 settembre 1944 un primo scontro fra partigiani e fascisti nella zona
delle Tombe causò vittime partigiane. Ci furono molte altre importanti azioni contro i tedeschi,
fra cui l'eroico episodio di un prigioniero russo, Anatoli Abramov che, cercando di
portare armi ai partigiani di Maccaretolo, venne scoperto dai suoi carcerieri, reagì
finché ebbe munizioni, poi si lanciò sui tedeschi facendo scoppiare una bomba a mano.
Morì cantando l'internazionale. Anche un carrista tedesco, Johan Wengler, morì con un
altro partigiano in uno scontro a fuoco coi fascisti alla vigilia della liberazione e poco
prima della battaglia campale che durò dal 19 al 22 aprile 1945 e costò la vita
a
ventidue
partigiani e il ferimento di numerosi altri.

Il Casone partigiano:
un monumento alla Resistenza nella
bassa bolognese.
Il Casone fu costruito nel periodo fra il 1790 e il 1850 su
di un isolotto nel mezzo di una vasta zona paludosa: vi si arrivava attraverso impervi
sentieri e prevalentemente in barca. Era adibito a rifugio per il guardiano della valle e
per i cacciatori, costruito con grossi pali di legno sulla parte
anteriore e sulle pareti
laterali, coperto di canne; il retro era in mattoni perché lì si trovavano il focolare
e il camino. Dal 1900 al 1940, da parte delle popolazioni del luogo e con interventi
consistenti, si è proceduto alla bonifica di una parte della valle a ridosso delle frazioni di Rubizzano, Gavaseto, Cenacchio
e Maccaretolo fino nelle vicinanze del Casone, sistemandola a risaia. Nel
periodo della Seconda Guerra Mondiale, il Casone aveva già le caratteristiche attuali:
circondato dalla fossa collegata con la restante parte del territorio a est, ancora a
valle, vi si accedeva tramite una passerella. Nei giorni dell'insurrezione armata contro
i tedeschi e i fascisti, tramite le staffette di collegamento, fu ricevuto l'ordine di
trasferire a Bologna tutti i partigiani per concorrere alla liberazione della
città. Il punto di raccolta dei partigiani, per questo trasferimento, furono la zona del
Casone e il "ponte della morte". Nei giorni 18, 19, 21 e 22 aprile 1945 al
Casone si riunirono il Comando della 2a Brigata "Paolo" e rappresentanti della
4a Brigata "Venturoli". Il 21 aprile si ebbero i primi violenti scontri con i
tedeschi in ritirata, che culminarono nel combattimento di domenica 22 aprile, in tutta la
zona che dal Casone va verso San Pietro in Casale, Galliera, Pieve di Cento, Bentivoglio,
San Giorgio di Piano e Malalbergo.
A seguito dei lavori di bonifica e prosciugamento della
valle, per cedimenti ed assestamenti del terreno, il Casone, già pericolante,
è crollato. I
partigiani della 2a Brigata "Paolo" hanno deciso di ricostruirlo
e di consegnarlo alle generazioni future come testimonianza degli ideali
di pace, libertà e giustizia sociale che hanno animato la Resistenza
affinché restino
vivi nel pensiero e nell'azione quotidiana di tutti.
In varie occasioni il teppismo fascista ha preso di mira il Casone (e anche
il cippo in località Tombe di Maccaretolo) fino all’incendio del magazzino
ad esso annesso. Le Amministrazioni Comunali di San Pietro in Casale,
Bentivoglio, San Giorgio di Piano, Malalbergo, Galliera e Pieve di Cento e
le sezioni locali dell’ANPI hanno deciso di reagire in modo tangibile e
concreto ricostruendo quanto distrutto con l’obiettivo di realizzare
nell’area del Casone il Parco della Memoria, progetto al quale si
sono aggiunti i Comuni di Argelato, Baricella, Castello d’Argile, Castel
Maggiore, Granarolo dell’Emilia e Minerbio. Oggi, accanto al Casone, sorge
un nuovo edificio (sostitutivo del magazzino incendiato) che funge da
supporto al Casone in quanto destinato ad attività formative e didattiche
legate sia alla memoria storica che alla componente naturalistica. Infatti,
l’intera area circostante il Casone è oggi un’area rigogliosa grazie
all’introduzione di specie arboree e arbustive autoctone, la messa a dimora
di oltre 10.000 piante per ricreare l’ambiente caratteristico del bosco
planiziale.
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