dsm.gif (68 byte)Cenni storici - Comune di San Pietro in Casale

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Cenni storici

Non v'è dubbio che i territori su cui sorgono San Pietro in Casale e le sue frazioni fossero abitati fin dall'antichità, pur essendo "stagni insalubri, quasi tutto bosco e palude", come dicono, con linguaggio colorito, gli storici bolognesi del secolo scorso.
Più concretamente lo testimoniano lapidi sepolcrali, vasi antichi, sarcofaghi e cippi (alcuni dei quali sono ora depositati presso il Museo Civico di Bologna) rinvenuti in queste terre le cui iscrizioni, a volte erudite, fanno risalire fino all'età romana repubblicana.
Condividendo le sorti delle colonie romane della pianura padana, i territori dell'attuale San Pietro in Casale furono travolti dai barbari, che vi si insediarono mescolandosi alle antiche genti.
Fra i secoli VII e IX si parla, in antichi documenti nonantolani, della selva di pianura detta Salto Piano sulla quale Teodalto, signore di Modena e Reggio, comandava.

Il nome San Pietro in Casale, per quanto ci è dato di sapere, appare per la prima volta il 20 novembre 1223, nell'ordinanza con la quale il comune di Bologna impone alle comunità del contado un capoquartiere della città a scopo militare.
A questo punto le vicissitudini sanpierine sono in larga misura dipendenti da quelle di Bologna e, molto spesso, dai suoi nemici che con frequenti rapine e saccheggi ne segnano la storia.
Il governo bolognese era rappresentato da un vicario, ossia un magistrato con giurisdizione civile e penale; al suo fianco per legge, stavano un notaio e quattro fanti.
Ma borgo vero e proprio, San Pietro in Casale non lo sarà per ancora molto tempo.
Verrà citato come "villa" di San Pietro in Casale nel 1443 (nella cronaca della battaglia fra Annibale Bentivoglio, che ne sarà vincitore, e Luigi dal Verme dei Visconti), forse in riferimento ad un'antica villa fatta risalire agli Antonini e sulle cui rovine Giovanni II Bentivoglio, nel 1490, fece costruire una sua villa che ancora oggi sopravvive, pur molto rimaneggiata, nella frazione di Maccaretolo in località Tombe.
Certamente sino al 1700 quello di San Pietro non fu che un piccolo borgo di poche case raccolte attorno ad una chiesa, anche se un decreto del Senato bolognese risalente al 1544 attesta l'origine, da quella data, di un mercato settimanale che diventerà, secoli dopo, fiorente e conosciuto nella vasta zona del circondario.
Le scarne cronache del piccolo borgo ricordano due grandi incendi che lo provarono duramente: nel 1637 per mano delle truppe antipapali; nel 1809 per opera dei briganti: non fu risparmiato neppure l'archivio comunale.
Forse la prima vera e propria "rivoluzione" che ne modificò sensibilmente l'assetto politico e sociale va fatta risalire al 20 giugno 1796 quando, cessato il dominio pontificio, i proclami del generale Bonaparte abolirono ogni autorità che non fosse il Senato di Bologna e diedero al villaggio e alle varie parrocchie circostanti la configurazione di comune vero e proprio.
La restaurazione successiva alla caduta di Napoleone riportò a San Pietro in Casale il governo pontificio che vi insediò uno dei 27 governatori che amministravano la provincia di Bologna, a fianco di un consiglio e di una magistratura presieduta da un gonfaloniere. San Pietro, che contava 2984 abitanti comprese le frazioni di Rubizzano, Maccaretolo e Gavaseto, si vide ben presto annessi altri territori: Asia, Cenacchio, Massumatico, Poggetto, Sant'Alberto, San Benedetto e Gherghenzano che, ad eccezione di quest'ultimo, formano ancora oggi il suo territorio.

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Dal Congresso di Vienna alla Resistenza

Il periodo di storia che seguì il 1815, come s'è visto, porta ad assetti territoriali non definitivi, ma che subirono ulteriori trasformazioni e decurtazioni, per stabilizzarsi formalmente solo dopo l'unità d'Italia, nel 1871.
E' da questo momento che, in un certo senso, inizia la storia vera e propria di San Pietro in Casale, con la formazione di un'identità che cresce con l'affermarsi di una piccola borghesia locale la quale si affianca ai grandi proprietari terrieri. Crescono i commerci e nascono nuovi servizi: l'illuminazione a petrolio, le fognature, la tranvia a cavallo, a cui si aggiungeranno, negli ultimi decenni del XIX secolo e i primissimi anni del 1900, la costruzione del macello, di una pesa pubblica, della sede comunale (villa Bonora), di nuove strade. Vennero istituite quindici nuove scuole, un asilo infantile, nove cimiteri, il corpo dei pompieri, l'ufficio postale e telegrafico, tre condotte mediche, un servizio di assistenza e beneficenza, come annota diligentemente il Cecconi (che fu segretario comunale nel 1874) nella sua opera Libro di notizie storiche antiche e moderne al tutto l'anno 1900, della terra di San Pietro in Casale e di tutte le frazioni componenti ora quel Comune.
Molto più difficile da documentare è la storia delle classi più povere: la grande maggioranza degli abitanti.
Miseria, fatiche, umiliazioni, malattie e privazioni ne contrassegnarono, come in ogni altro luogo, l'esistenza; e sono documentabili con maggiori testimonianze storiche a partire dal secolo scorso.
E' all'agricoltura che va ricondotta la storia di San Pietro in Casale e alle sue trasformazioni, a partire da quella lentissima ma fondamentale che ebbe inizio negli ultimi anni del Settecento con l'introduzione massiccia della risicoltura, al pari passo con la graduale risoluzione di quello che è stato definito il "problema capitale", quello cioè della difesa delle acque, la cui soluzione costituiva una "premessa necessaria per lo sviluppo dell'agricoltura" (Dal Pane L., Economia e Società a Bologna nell'età del Risorgimento, Bologna, 1969, p. 71).
Si modificava lentamente un panorama che era sostanzialmente rimasto stabile per due secoli, in cui gli acquitrini paludosi ricoprivano buona parte del territorio a est del capoluogo e dove pure rimaneva un problema il deflusso delle acque nella restante parte del territorio comunale.
La risicoltura si sommò alle tradizionali colture asciutte del grano, del mais e della canapa, che anzi costituivano l'asse portante del sistema produttivo poggiante sulla mezzadria. Come ha sostenuto Renato Zangheri: "L'alternarsi delle risaie (...) muta le basi del sistema agrario e dell'antico assetto sociale delle campagne. Si disgrega l'economia, il vincolo familiare si allenta, masse di lavoratori vagano dall'una all'altra azienda, da un comune all'altro, alla ricerca dell'occupazione quotidiana. Passioni prima sconosciute agitano le campagne" (Zangheri R., Un dibattito sulle campagne bolognesi, p. 165).
L'incremento demografico, l'aumento delle schiere dei braccianti, portano nuovi insediamenti abitativi (alcuni tipici come il "Baraquaj" ancor oggi ben visibile) e ad una maggiore concentrazione attorno ai nuclei urbani. Cresce la massa dei lavoratori salariati, nascono le prime rivendicazioni economiche (già nella prima metà dell'Ottocento, come ci dicono alcuni documenti dell'archivio storico comunale), le prime forme di sciopero, le dimostrazioni per chiedere lavoro, come risposta ad una condizione sociale poverissima ed emarginata, cui a volte di rispondeva con il furto e la devastazione.
Questa è storia molto vicina a noi. Così come il particolare contributo dato da San Pietro in Casale alla Resistenza e alla lotta di liberazione dai nazifascisti. E' nella primavera del 1944 che sorse la seconda brigata "Paolo", comprendente più di un centinaio di sanpierini, oltre forti gruppi di alcuni comuni confinanti. Le azioni di sabotaggio, di difesa delle lotte dei lavoratori e il recupero di armi, iniziate l'anno prima, si intensificarono coinvolgendo molte parti della popolazione.
Il 17 settembre 1944 un primo scontro fra partigiani e fascisti nella zona delle Tombe causò vittime partigiane. Ci furono molte altre importanti azioni contro i tedeschi, fra cui l'eroico episodio di un prigioniero russo, Anatoli Abramov che, cercando di portare armi ai partigiani di Maccaretolo, venne scoperto dai suoi carcerieri, reagì finché ebbe munizioni, poi si lanciò sui tedeschi facendo scoppiare una bomba a mano. Morì cantando l'internazionale. Anche un carrista tedesco, Johan Wengler, morì con un altro partigiano in uno scontro a fuoco coi fascisti alla vigilia della liberazione e poco prima della battaglia campale che durò dal 19 al 22 aprile 1945 e costò la vita di ventidue partigiani e il ferimento di numerosi altri.

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Alcune notizie sul "CASONE PARTIGIANO". Cosa era, cosa è stato, cosa ora vuole rappresentare: un monumento alla Resistenza nella bassa bolognese.

Il CASONE fu costruito nel periodo fra il 1790 e il 1850 su di un isolotto nel mezzo di una vasta zona paludosa: vi si arrivava attraverso impervi sentieri e prevalentemente in barca. Era adibito a rifugio per il guardiano della valle e per i cacciatori. Era costruito con grossi pali di legno sulla parte anteriore e sulle pareti laterali, coperto di canne, e il retro era in mattoni perché lì si trovavano il focolare e il camino. Dal 1900 al 1940, da parte delle popolazioni del luogo e con interventi consistenti, è stata bonificata una parte della valle a ridosso delle frazioni di Rubizzano, Gavaseto, Cenacchio e Maccaretolo fino nelle vicinanze del Casone, sistemandola a risaia. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, il Casone aveva già le caratteristiche attuali: circondato dalla fossa collegata con la restante parte del territorio a est, ancora a valle, vi si accedeva tramite una passerella. Nei giorni dell'insurrezione armata contro i tedeschi e i fascisti, tramite le staffette di collegamento, fu ricevuto l'ordine di trasferire a Bologna tutti i partigiani per concorrere alla liberazione della città. Il punto di raccolta dei partigiani, per questo trasferimento, fu la zona del Casone e il "ponte della morte". Nei giorni 18, 19, 21 e 22 aprile 1945 al Casone si riunirono il Comando della 2° Brigata "Paolo" e rappresentanti della 4° Brigata "Venturoli". Il 21 aprile si ebbero i primi violenti scontri con i tedeschi in ritirata, che culminarono nel combattimento di domenica 22 aprile, in tutta la zona che dal Casone va verso San Pietro in Casale, Galliera, Pieve di Cento, Bentivoglio, San Giorgio di Piano e Malalbergo.
A seguito dei lavori di bonifica e prosciugamento della valle, per cedimenti ed assestamenti del terreno, il Casone, già pericolante, crollò. I partigiani della 2° Brigata "Paolo" hanno deciso di ricostruirlo e lasciarlo come testimonianza alle generazioni future affinché gli ideali della resistenza restino vivi nel pensiero e nell'azione quotidiana di tutti i democratici-antifascisti per la salvaguardia della Pace, della Libertà, della Giustizia sociale.
Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - Sezione di San Pietro in Casale